Ci sono i colori, i volti e le lingue di tutto il pianeta nella manifestazione partita dalla avenida Presidente Vargas e terminata a Cinelandia. Hanno marciato per la giustizia e la sostenibilità le comunità indigene, le associazioni ambientaliste e quelle per i diritti umani, i sindacati, i movimenti per la difesa dei beni comuni, le organizzazioni contadine, artisti, intellettuali, pacifisti.
«Questo è il futuro che non vogliamo », dicono indignate anche le ong che hanno accettato di essere all’interno della conferenza cosiddetta ufficiale ma hanno constatato come il documento finale, «il futuro che vogliamo », rappresenti il fallimento delle azioni di pressione fatte da 20 anni a questa parte. Il circo della burocrazia internazionale, aspettando l’ultima giornata di discussioni, ha prodotto un documento privo di qualsiasi ambizione. Non si indicano obiettivi concreti, né i tempi entro i quali raggiungerli.
Nessun impegno in termini finanziari. Felicissimi i delegati delle multinazionali consapevoli di aver vinto la battaglia per continuare a fare grandi affari con le mani libere.
Ban Ki Moon ha lanciato l’ennesimo appello: «È ora di agire subito. Le risorse che abbiamo sono le più scarse di tutti i tempi. Non possiamo arrivare ad una Rio+40 o Rio+60». Parole
destinare a cadere nel vuoto ma che fotografano la situazione di impotenza delle Nazioni Unite e del multilateralismo su temi centrali per il futuro del pianeta. Con buona pace del riformismo internazionale, chi comanda è la governance del modello liberista ed i cartelli di interessi che si sono andati formando in questi ultimi venti anni di pensiero unico. La speranza è nelle mani di quanti non si arrendono e continuano a lottare per un mondo più giusto.
Giuseppe De Marzo



