Gli esseri viventi intrinsecamente incidono profondamente sui grandi cicli biologici e chimici del pianeta. Cicli che, insieme ai cicli geologici e al clima sono stati sempre e rimarranno in continua mutazione. L'Uomo, come si è detto, non ha mai fatto eccezione, a cominciare da quando sviluppò l'abilità di manipolare l'ambiente e gli oggetti naturali per trarne oggetti con valore d'uso che accrescessero la sua competitività evolutiva.
L'impatto della tecnica umana sull'ambiente circostante è sempre stato profondo. L'agricoltura e la torsione d'utilizzo della superficie hanno trasformato gli equilibri ecologici di aree che in poche migilaia di anni si sono estese a tutto il pianeta, modificandone gli equilibri idrici e biologici, l'estrazione e la trasformazione di elementi dalla crosta terrestre ha progressivamente modificato la chimica dell'atmosfera a livello globale, lo sfruttamento intensivo della biosfera e l'interazione forzata con le attività umane ne hanno messo infine sotto stress la capacità di mantenere i "servizi" necessari che essa offre al bios.
Il "clima" è lo stato puntuale di equilibrio energetico del sistema climatico, che comprende l'interscambio di energia e materia fra l'atmosfera, la biosfera, la geosfera e gli oceani. Tale equilibrio ha subito drastici mutamenti lungo la storia del pianeta, ma è rimasto relativamente stabile, con oscillazioni non estreme, lungo la storia del'umanità.
In particolare, nei diecimila anni precedenti è rimasta apprezzabilmente stabile la composizione chimica dell'atmosfera, ovvero l'abbondanza relativa dei suoi costituenti secondari (l'atmosfera è costituita essenzialmente da azoto ed ossigeno). La concentrazione di vapor acqueo, di anidride carbonica, di metano, di protossido di azoto, ecc determinano ciò che è noto come "effetto serra", ovvero la capacità dell'atmosfera di trattenere l'energia solare riemmessa dal suolo verso l'esterno sotto forma di calore.
Il bilancio generale dell'energia disponibile - che proviene interamente dal sole - dipende dalle interazioni fra tutte le componenti del sistema climatico: ad esempio, la capacità del suolo di assorbire o riflettere la radiazione solare è influenzata fortemente dalla biosfera - che include la vegetazione, la biomassa, gli ecosistemi terrestri e marini; o la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera consegue alla capacità della biosfera e degli oceani di assorbirla, ecc. Le interazioni fra queste componenti determinano infine il bilancio energetico, in particolare attraverso le interazioni a carattere ciclico - il ciclo dell'acqua, del carbonio, dell'azoto, ecc.
Una perturbazione nelle singole componenti o nelle interazioni fra esse comporta dunque un'alterazione della ripartizione di energia e, quindi, una variazione dell'equilibrio energetico del sistema: ovvero, ciò che è noto come un cambiamento climatico. Negli ultimi duecento anni l'attività antropica ha accresciuto la sua capacità di perturbare sia molte delle componenti del sistema climatico sia le interazioni fra esse. Da una parte si è avuta una drastica trasformazione della biosfera, dovuta all'utilizzo del suolo - dall'agricoltura intensiva, all'allevamento di un numero crescente di bovini, ovini e suini, alla deforestazione massiccia di vastissime zone. Dall'altra, la composizione chimica dell'atmosfera è cambiata in modo significativo, vedendo - sostanzialmente a partuire dalla rivoluzione industriale - l'aumento dei gas serra "naturali" (anidiride carbonica, metano, protossido d'azoto,..) e l'aumento di gas "non naturali" frutto delle trasformazioni industriali ma dall'alto potere riscaldante (CFC, HFC, PFC,..).
Dal punto di vista dei dati, la concentrazione di anidride carbonica, che ha oscillato intorno al valore di 280 ppmv (parti per milione in volume) per decine di migliaia di anni, è aumentata fino a 380ppm, il metano è aumentato da 700 a 1780 ppbv (parti per miliardo), il protossido d'azoto da 275 a 320, eccetera. L'aumento di queste concentrazioni è andato accelerando con l'industrializzazione e continua ad esibire la stessa tendenza. Non ci sono dubbi che il carbonio immesso nell'atmosfera sia di provenienza fossile, a causa della sua composizione nucleare (una differente abbondanza relativa di C-13 e C-14 rispetto al carbonio "vivo" presente nel ciclo delle acque e della biosfera).
Lo stress a cui è sottoposto il ciclo del carbonio è dovuto non solo alla quantità enorme di carbonio estratto dal serbatoio fossile e immesso nell'atmosfera, ma anche al tempo scala con cui ciò avviene. Ogni sistema possiede un'"inerzia" intrinseca, ovvero di un tempo caratteristico necessario a raggiungere un nuovo equilibrio dopo una perturbazione. Se la perturbazione è significativa ed avviene molto più velocemente del tempo di adattamento del sistema, esso si trova nel frattempo "fuori equilibrio", e ulteriori sollecitazioni, con molta probabilità, tenderanno ad allontanare sempre di più il nuovo stato che verrà raggiunto da quello di partenza.
Il sistema climatico è un sistema omeostatico, ovvero tende, dopo una perturbazione, a tornare ad un equilibrio molto vicino a quello di partenza.
Tuttavia, come si è detto, ciò dipende dall'entità della perturabazione e dalla velocità con cui essa si è data. Sebbene l'estrazione del petrolio fossile e l'utilizzo del suolo non siano stati eventi impulsivi e catastrofici, la velocità della trasformazione indotta è stata, ed è, tale che la capacità di adattamento delle singole componenti è compromessa, a causa di retroazioni positive che tendono ad auto-alimentare la crescita della perturbazione.
Ad esempio, gli oceani potrebbero assorbire gran parte del nuovo carbonio present ein atmosfera. Tuttavia, perché il carbonio disciolto negli stratui superficiali possa circolare fino a quelli più profondi servono intervalli di tempo ben più lunghi; nel frattempo, a causa dell'aumento di temperatura dell'atomosfera - causata dallo stesso carbonio - e delle acque, la capacità di assorbimento degli strati superficili è notevolmente ridotta e quindi il carbonio immesso rimane nell'atmosfera, continuando ad aumentare il suo effetto serra e così via.
Circa il 40% delle emissioni di anidride carbonica (che prendiamo come exemplum, ma non è il solo gas responsabile dell'effetto serra) sono state assorbite, per il 75% dagli oceani e per il 25% dalla biosfera. Tuttavia il restante 60% è rimasto nell'atmosfera e continua ora ad accumularvisi ad un ritmo di circa 15 miliardi di tonnellate all'anno. Il 70% circa di questa immissione è dovuto alla combustione degli idrocarburi, mentre il resto è un effetto diretto o indiretto (ad esempio, per mancato riassorbimento a causa della ridotta capacità rivegetativa) della deforestazione, dell'uso del suolo, dell'agricoltura e della zootecnica.
Non è semplice prevedere dove il sistema climatico si stia dirigendo, ovvero quale sia il possibile futuro stato di equilibrio. Molto dipende da come evolverà l'attività antropica nel suo complesso. Certamente, a causa dell'inerzia del sistema, la perturbazione ha già causato una variazione climatica, la cui ampiezza non è possible predire con precisione. È possibile predire degli scenari di massima, che dipendono, appunto, dal futuro impatto antropico nella sua intera complessità e non solo nei livelli di emissione diretta. È ormai inevitabile che la temperatura media dell'atmosfera aumenti (lo ha già fatto di circa 0.6 gradi nell'ultimo secolo). L'effetto tuttavia si presenta con una grande variabilità locale: per il momento più sulle terre emerse che sugli oceani, più al nord che al sud, più in inverno-primavera che in estate-autunno e più di notte che di giorno.
Ciò che si riduce è l'escursione dei valori medi, mentre si amplificano i valori estremi dei fenomeni climatici ed aumentano l'intensità e la frequenza di quelli più violenti e causa della maggiore energia disponibile nello scambio fra oceani ed atmosfera. Non è possibile restituire in poco spazio la complessità dei possibili scenari e delle conseguenza previste - sugli oceani e gli equilibri idrici delle terre emerse, i suoli e la loro capacità vegetativa (e, quindi, di produzione di cibo), l'atmosfera suolo, la biodiversità ecc.
Certamente, il sistema climatico si dirige potenzialmente verso un equilibrio assai diverso dal presente quanto ad abitabilità globale per la nostra e molte altre specie.
Da un punto di vista politico nessuna misura efficace è stata approntata. Il famoso protocollo di Kyoto, oltre a prevedere misure di riduzioni del tutto inadeguate, si è ormai ridotto, in realtà, ad un mercato delle emissioni e ad una compravendita del diritto all'inquinamento senza che sia stata registrata nei dati alcuna mitigazione delle emissioni o degli effetti antropici in generale.
Il nodo dell'utilizzo degli idrocarburi e del suolo in generale investe ovviamente una questione essenziale nell'organizzazione sociale e produttiva contemporanea: la produzione ed il controllo dell'energia, la sua destinazione ed i suoi scopi. Indubitabilmente, questo, con le sue varie declinazioni, sarà il terreno di lotta per i popoli nell'immediato.
GLI ACCORDI INTERNAZIONALI SUL CLIMA
La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (in inglese United Nations Framework Convention on Climate Change da cui l’acronimo UNFCCC o FCCC) è un trattato ambientale internazionale prodotto dalla Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED, United Nations Conference on Environment and Development), informalmente conosciuta come Summit della Terra, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato punta alla riduzione delle emissioni dei gas serra, sulla base dell’ipotesi di riscaldamento globale.
Il trattato, come stipulato originariamente, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle nazioni individuali; era quindi legalmente non vincolante. Invece, esso includeva previsioni di aggiornamenti (denominati “protocolli”) che avrebbero posto i limiti obbligatori di emissioni. Il principale di questi è il protocollo di Kyōto, che è diventato molto più noto che la stessa UNFCCC.
La Convenzione sui cambiamenti climatici fu aperta alle ratifiche il 9 maggio 1992 ed entrò in vigore il 21 marzo 1994. Il suo obiettivo dichiarato è “raggiungere la stabilizzazione delle concentrazioni dei gas serra in atmosfera a un livello abbastanza basso per prevenire interferenze antropogeniche dannose per il sistema climatico”.
Ogni anno i 188 Paesi che hanno sottoscritto la Convenzione si incontrano nella cosiddetta “Conferenza delle Parti” (COP) per decidere dei progressi in materia di lotta ai cambiamenti climatici. Quella di Copenaghen è stata la quindicesima Conferenza delle Parti (COP 15), ed a Cancun dal 29 novembre al 10 dicembre 2010 si terrà la prossima (COP 16).
Il protocollo di Kyōto è un trattato internazionale in materia ambientale riguardante il riscaldamento globale sottoscritto nella città giapponese di Kyoto l’11 dicembre 1997 da più di 160 paesi in occasione della COP3 della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica anche da parte della Russia. Non è stato ratificato dagli Stati Uniti d’America.
Come funziona Kyoto
Il protocollo di Kyōto prevede per i Paesi aderenti, la possibilità di servirsi di un sistema di “meccanismi flessibili” per l’acquisizione di crediti di emissioni: Clean Development Mechanism (CDM): consente ai Paesi industrializzati e ad economia in transizione di realizzare progetti nei Paesi in via di sviluppo, che producano benefici ambientali in termini di riduzione delle emissioni di gas-serra e di sviluppo economico e sociale dei Paesi ospiti e nello stesso tempo generino crediti di emissione (CER) per i Paesi che promuovono gli interventi.
Joint Implementation (JI): consente ai paesi industrializzati e ad economia in transizione di realizzare progetti per la riduzione delle emissioni di gas-serra in un altro paese dello stesso gruppo e di utilizzare i crediti derivanti, congiuntamente con il paese ospite.
Emissions Trading (ET): consente lo scambio di crediti di emissione tra Paesi industrializzati e ad economia in transizione; un Paese che abbia conseguito una diminuzione delle proprie emissioni di gas serra superiore al proprio obiettivo può così cedere (ricorrendo all’ET) tali “crediti” a un Paese che, al contrario, non sia stato in grado di rispettare i propri impegni di riduzione delle emissioni di gas-serra.
Cina, India e altri paesi in via di sviluppo sono stati esonerati dagli obblighi del protocollo di Kyōto perché essi non sono stati tra i principali responsabili delle emissioni di gas serra durante il periodo di industrializzazione che si crede stia provocando oggi il cambiamento climatico. Ovvero, il protocollo riconosce il principio della responsabilità uguale ma differenziata dei Paesi firmatari. I paesi non aderenti sono responsabili del 40% dell’emissione mondiale di gas serra.
Nel 2007 i membri della Conferenza delle Parti hanno firmato un piano d’azione che i governi si sono impegnati a implementare entro la COP 15, ovvero entro dicembre 2009. Per questo l’appuntamento di Copenaghen rivestiva un’importanza fondamentale dal punto di vista politico. Il piano d’azione includeva il riconoscimento da parte dei Paesi sviluppati della propria responsabilità storica nell’aver generato le emissioni che causano i cambiamenti climatici, e quindi l’impegno a mettere a disposizione i finanziamenti necessari per l’adattamento nei Paesi del Sud. Il piano d’azione prevedeva inoltre che si decidesse quale sarebbe stato il meccanismo e quali le fonti dei finanziamenti pubblici necessari per adattamento e mitigazione dei cambiamenti climatici.
Ma purtroppo, invece di un trattato vincolante, l’esile testo finale del vertice danese non ha offerto speranze alle realtà del Sud del mondo, meno responsabili ma più impattate dai cambiamenti climatici. Il documento finale non ha presentato infatti cifre sui tagli ai gas serra, ma solo sugli impegni finanziari (30 miliardi di dollari dal 2010 al 2012 e 100 miliardi l’anno entro il 2020), senza vincoli legali e senza il riferimento alla riduzione delle emissioni del 50 per cento entro il 2050. E neppure è apparso chiaro come e se i 30 miliardi, comunque molti meno di quelli richiesti dalle stesse Nazioni Unite e dai Paesi del Sud, saranno raccolti. Il vago linguaggio dell’ Accordo ha aperto infatti alla possibilità che siano erogati anche attraverso le istituzioni finanziarie internazionali, oltre che con la partecipazione del settore privato, prospettiva pericolosa e inaccettabile, a cui i Paesi africani ma anche le economie emergenti continuano ad opporsi strenuamente.
Intanto il prossimo ottobre nella città di Tianjin nella parte settentrionale della Cina si terrà l’ultimo appuntamento ufficiale prima della COP 16, in programma dal 29 novembre al 10 dicembre 2010 a Cancun, in Messico. È la prima volta che dei negoziati delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici si svolgono nel Paese asiatico. I portavoce cinesi hanno già fatto sapere che, nello spirito della Roadmap di Bali, sono in contatto continuo con il segretariato della UNFCCC per far sì che il meeting costituisca un significativo passo in avanti proprio in vista del summit messicano e l’Unione europea si dichiara pronta a siglare un’intesa sui cambiamenti climatici che vada oltre il termine del 2012.
Ma la questione climatica potrà essere affrontata e risolta solo se Europa e Stati Uniti accetteranno le proprie responsabilità e saranno disposti a negoziare ad armi pari con tutti gli altri.
Per approfondire:
CRBM - Campagna per la Riforma della Banca Mondiale
Cittadini ecologisti - patto di solidarietà ecologista per l'Italia


