Che la crisi profonda che il pianeta intero sta vivendo non abbia una matrice solo economica ma registri la compresenza di crisi diverse: climatica, ambientale, sociale, alimentare, migratoria e non da ultimo democratica.
Oggi più che mai in Italia come nel resto del mondo assistiamo ad un progressivo svuotamento degli istituti democratici, alla riduzione o annullamento degli strumenti di democrazia diretta ed all'esclusione progressiva della società civile dai processi decisionali che riguardano sia la gestione di risorse e territori sia i grandi temi economici, politici ed ambientali.
E' a partire dalla seconda metà degli anni '80 con la fine della politica di contenimento che si è assistito all'affermazione di un sempre maggiore protagonismo degli organismi finanziari internazionali nel panorama politico ed economico globale. Contemporaneamente, la crisi della stato nazione e la crescita dell'influenza di banche e grandi società di capitali private hanno comportato un progressivo svuotamento dei poteri statali compromettendo la capacità dei singoli paesi di far fronte problematiche che prima erano completamente affrontate e gestite dai governi nazionali.
Contemporaneamente, abbiamo assistito al rafforzamento di consapevolezza nelle popolazioni interessate – ancorché indigene, pre-letterate, marginali o fuori casta - riguardo i propri diritti umani, economici, sociali e politici e la diffusione di conoscenze riguardanti le normative in materia ambientale.
Una spinta crescente di movimenti sociali che in alcuni casi sono diventate intere società in movimento e che hanno messo in moto processi di cambiamento politico profondi e complessi: una democrazia della Terra capace di mettere al primo posto gli interessi della comunità, coniugando giustizia sociale ed ambientale.
La democrazia della Terra
Vi è una necessità impellente che non può essere elusa per affrontare le crisi, e cioè quella di superare la visione antropocentrica che continua a guardare alla natura esclusivamente in base al valore d’uso che egoisticamente se ne può trarre. Un approccio ormai incompatibile con il bisogno di dare risposte rapide, efficaci ed interdipendenti, in special modo dinanzi alle crisi ambientale e climatica ed all’impoverimento complessivo dei diritti di miliardi di esseri umani.
Gli effetti di una relazione malata con la natura sono sempre più disastrosi, evidenziandosi in termini negativi sulla gran parte dell’umanità, contribuendo a deteriorare - ed in molti casi distruggere - il patto sociale sul quale fonda la sua convivenza una comunità. Una spirale di esclusione e razzismo destinata ad accrescere i conflitti sociali e la distruzione delle condizioni di riproduzione della vita, esacerbando lo scontro in basso per la sopravvivenza.
Assumere come premessa fisiologicamente necessaria la costruzione del diritto ambientale ed il riconoscimento dei diritti della natura consente invece di affrontare con ottimismo le sfide poste dal terzo millennio e di inceppare i meccanismi attraverso i quali si distruggono i diritti e le speranze di trasformazione sociale.
Riconoscere i diritti della natura, così come avvenuto nelle due nuove Costituzioni di Bolivia ed Ecuador, affronta finalmente due temi centrali per allargare il campo della giustizia e della partecipazione: la titolarità e la tutela. La titolarità viene riconosciuta quando si è portatori di diritti propri. Così come sono stati riconosciuti titolari di diritto società anonime o commerciali, allo stesso modo è indispensabile che la natura sia titolare di diritti propri. La tutela è invece un istituto giuridico che serve per consentire l’esercizio dei propri diritti anche a quelli che non possono esigerli da soli. Riconoscere i diritti della natura offre, attraverso la titolarità e la tutela, la possibilità ai cittadini ed alle comunità di interporre azioni per difenderla.
Questi nuovi diritti pongono un freno ad un uso insostenibile della natura ed aiuterebbero una riconversione ecologicamente orientata delle attività produttive e dei consumi. Ristabiliscono il legame tra la comunità umana ed i cicli biologici, ridistribuendone i vantaggi a partire dagli stessi umani. Ricuciono lo strappo tra passato, presente e futuro creato da un’impostazione unidimensionale e lineare dello sviluppo, del progresso e della modernità, assicurando diritti alle future generazioni. In quest'ottica i diritti umani assumono una visione integrale, sposando la necessità di garantirne l’accesso e la tutela introducendo il diritto ambientale come loro fondamento inseparabile. I diritti della natura testimoniano i legami di interdipendenza e complementarietà tra i viventi decolonizzando il potere strutturato - attraverso lo Stato Nazione - delle attuali relazioni socioeconomiche.
Questa nuova categoria dei diritti apre una finestra su un futuro migliore e possibile, diverso da quello cupo e minaccioso che emerge dalle crisi. I diritti della natura rappresentano la pietra angolare sulla quale costruire un nuovo paradigma di civilizzazione, contribuendo sostanzialmente ad edificare una figura umana che si sviluppa integralmente e nel profondo più che verso l’alto, reintroducendo una sorta di obbligazione morale verso gli altri e nei confronti della nostra casa comune. Un’idea dello sviluppo umano che premia il buon amministratore e non il rapace o il distruttore, e che rende più facile il compito alle soggettività impegnate a costruire democrazia nella diversità e responsabilizzazione collettiva.
Riconoscere e tutelare i diritti della natura risponde, quindi, nella maniera migliore, all’attuale crisi di civilizzazione del modello egemonico, le cui necessità si traducono giornalmente in un impoverimento costante dei diritti degli umani.
Riuscire a creare una terra fertile, buona e senza male – Sumak Allpa, come dicono le comunità indigene delle Ande – per ristabilire una relazione armonica con la natura. Una formula semplice quanto antica che si basa su una saggezza ancestrale presente nelle culture di tutti i popoli della Terra, non solo in quelle indigene. Anche a questa necessità intrinseca tra i bisogni dell’uomo rispondono i diritti della natura.
Costruire una democrazia della Terra non può prescindere da questa relazione interdipendente e mutualistica tra diritti individuali e collettivi e quelli delle comunità naturali e degli ecosistemi presenti. La diversità della vita, che si esprime anche attraverso la natura, dentro questa matrice fatta di complementarietà diventa un valore in quanto tale anche in assenza del valore d’uso che potrebbe o meno avere per l’economia capitalista.
Viene quindi riconosciuto un valore intrinseco a tutte le specie ed a tutte le culture in quanto considerate appartenenti alla comunità della Terra. Sul piano pratico, si traduce nell’impossibilità per qualsiasi umano o impresa di possedere conoscenze e saperi di altre culture attraverso l’uso di patenti e di proprietà intellettuale, come invece vuole imporre l’attuale paradigma di civilizzazione egemonico.
Accostarci alla vita riconoscendone i diritti intrinsechi, ci avvicina ad un’intima pertinenza nella reciprocità tra questi ed diritti della comunità umana. A partire da questa relazione fondante, l’accesso e la gestione dei servizi ambientali necessari per provvedere ai bisogni fondamentali vengono riconosciuti come diritto inalienabile alla riproduzione della vita di cui ogni essere vivente è portatore. Ed è su questa concezione interdipendente, mutualistica e complementare della vita che si ricompone il paradigma tra diritti e responsabilità, in una visione circolare ed armonica delle relazioni tra la comunità umana ed i cicli biologici.
Il diritto all’acqua, ad una alimentazione sana, alla salute, all’istruzione, alla casa come al proprio spazio bioriproduttivo sono alla base del patto sociale della democrazia della Terra, perché ne estendono il legame e la relazione con le responsabilità collettive ed individuali nei confronti della vita e della comunità dei viventi. In questo senso la democrazia della Terra agisce come un sistema ed una struttura armonica e viva allo stesso tempo.
Dentro questo sistema/struttura della democrazia, nessun soggetto – Stato o impresa che sia – può mettere in discussione i diritti naturali, né tanto meno farne merce di possesso qualora ciò minasse le condizioni di riproduzioni della vita e quindi dello sviluppo umano. Un elemento che rende centrale la democrazia economica, come diritto necessario per il perseguimento della democrazia della Terra.
Questo passaggio affronta e supera il principio di sussidiarietà, dove l’autorità, dapprima delegata ai livelli più distanti dal governo dei problemi e delle soluzioni, viene restituita alle comunità, ai cittadini ed ai popoli. La democrazia della Terra è, dunque, sia un esercizio di costruzione collettiva che sistema e struttura viva allo stesso tempo.
Riformando la nostra idea della vita e delle relazioni, a partire da un radicale ripensamento della linea che unisce sviluppo, progresso e modernità, è possibile affrontare le domande poste all’inizio di questo testo e riuscire a dare risposte efficaci ed efficienti, tenendo insieme la giustizia sociale ed ambientale. Il ruolo esercitato dalle nuove soggettività e dai movimenti del campo dell’ecologismo dei poveri per promuovere una democrazia nella diversità e forme di economia che tengano insieme giustizia sociale ed ambientale rappresenta un contributo indispensabile e fondamentale per un allargamento della partecipazione, dei diritti e delle forme della politica.
Sviluppando un nuovo paradigma di civilizzazione che rimette al centro lo sviluppo dell’uomo ed il suo ruolo nella costruzione di una relazione altra con la natura e con tutti i viventi, la parola “krisis” smetterà di apparirci così fosca e ritornerà ad essere ciò che nel passato è sempre stata: un momento che separa una maniera sbagliata di essere da un’altra, migliore e più giusta per tutti e tutte."
(da: Buen Vivir - per una nuova democrazia della Terra, di Giuseppe De Marzo/ Ed. Ediesse 2009)
Per approfondire:
Comitato NO DAL MOLIN - No alla nuova base USA DalMolin a Vicenza
Coordinamento Campano per la gestione pubblica dell'acqua


