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Una nuova finanza per il clima - Quella dei finanziamenti necessari a fare fronte ai costi derivati dai cambiamenti climatici è una delle questioni centrali e finora poco trattata nel negoziato multilaterale sui cambiamenti climatici. La finanza per il clima è stato infatti uno dei temi principali che si sarebbero dovuti affrontare nel disastroso summit di Copenhagen dello scorso anno.

Come su altre questioni calde, non si riuscì a raggiungere un’intesa di spessore, richiesta invece con grande insistenza dai Paesi del Sud del mondo, ovvero quelli più danneggiati dagli effetti dei cambiamenti climatici. Dal momento che le responsabilità del riscaldamento globale sono da imputare al Nord ricco e sviluppato del globo, è a quest’ultimo che si chiede di garantire fondi per le misure di adattamento e mitigazione.

Finanziamenti che i governi sviluppati – Unione Europea e Stati uniti in primis – non sono disposti a mettere sul tavolo in maniera incondizionata, né per i Paesi poveri né tanto meno per le economie emergenti,con cui in una dinamica simile a quella già vista nei negoziati commerciali, i governi occidentali stanno cercando di raggiungere un accordo fuori dal tavolo multilaterale. Così a inizio settembre i rappresentanti di una quarantina di governi si sono riuniti a porte chiuse a Ginevra per re-intavolare l’argomento.

Il meeting, co-promosso da Svizzera e Messico – che a dicembre organizzerà in una blindatissima Cancun la sedicesima Conferenza delle Parti della Convenzione sul Clima (UNFCCC)– presenta un’agenda pericolosamente sbilanciata sul possibile ruolo che il settore privato potrebbe svolgere in proposito. Sul tavolo la posta è la stessa proposta a Copenaghen:  30 miliardi per il triennio 2010-12, e 100 miliardi di dollari l’anno entro il 2020. Cifre nemmeno lontanamente adeguate a fare fronte ai reali costi per l'adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici nel Paesi del Sud  e di certo non sostenuta da una base scientifica.

Secondo i movimenti del Sud e molte organizzazioni non governative internazionali, servono molti soldi in più, forse addirittura il quadruplo, e devono essere finanziamenti pubblici, non moneta virtuale derivante da dubbi progetti di offsetting o da speculazioni sui mercati finanziari attraverso un'ulteriore espansione del mercato dei crediti di carbonio.

Di recente Cina e G77 (il gruppo dei Paesi del Sud) hanno chiesto che il Nord impegni per la finanzia per il clima l’1,5 per cento del suo prodotto lordo complessivo, e c’è chi ipotizza che si debba arrivare addirittura al 6 per cento per evitare catastrofi peggiori di quelle che già adesso sconquassano interi Stati – basti pensare a quanto accaduto ad agosto in Pakistan.

Eppure nel 2007, al Vertice sul clima di Bali, le realtà ricche si impegnarono a garantire il contributo finanziario e il trasferimento di tecnologie necessari, mentre adesso, adducendo anche la scusa della crisi, si stanno tirando indietro e nella migliore delle ipotesi provano a riciclare promesse fatte tempo addietro per la lotta alla povertà, contabilizzando finanziamenti destinati agli aiuti pubblici allo sviluppo come finanza per il clima. Molto più facile poi delegare ai soggetti privati o puntare forte su uno strumento rivelatosi fin qui fallimentare come quello del mercato dei crediti di carbonio, servito solo ad aumentare il profitto delle imprese più inquinanti senza contribuire a ridurre le emissioni globali, così come il Meccanismo di sviluppo pulito (CDM), dimostratosi inefficace e dannoso per i Paesi più poveri. Tutte scappatoie che, così come strutturate ora, nei prossimi anni permetteranno ai Paesi ricchi di apportare delle riduzioni alle loro emissioni di gas serra solo sulla carta, mentre nella realtà finiranno per inquinare più del passato.

Le organizzazioni della società civile internazionale, continuano a far sentire la loro voce, pretendendo che l’agenda della finanza per il clima sia completamente rivista e si ispiri alla road map di Bali. Una forte preoccupazione delle Ong e delle associazioni di base è che i fondi raccolti vengano poi gestito da istituzioni finanziarie internazionali dal pessimo record ambientale come la Banca Mondiale e da banche regionali al di fuori del sistema delle Nazioni Unite.

Le ONG, le associazioni di base e i movimenti del Sud impegnati per la giustizia sociale, ambientale e climatica ribadiscono che una nuova finanza per il clima deve partire dalla premessa del riconoscimento del debito climatico, ecologico e storico dei Paesi più poveri richiedendo con forza che il nuovo meccanismo finanziario garantisca la partecipazione equa e sostanziale dei Paesi in via di sviluppo, e una consultazione costante della società civile, dei movimenti, dei popoli indigeni e delle comunità locali. Questo sarebbe realizzabile istituendo un Fondo globale per il clima nell'ambito delle Nazioni Unite, e dotandolo di un consiglio direttivo con equa rappresentanza di tutte le regioni del mondo e in particolar modo dei Paesi più vulnerabili al surriscaldamento globale, di un segretariato indipendente e di una serie di comitati tecnici in grado realizzare le procedure di mitigazione, adattamento e trasferimento delle tecnologie.

Per maggiori informazioni sulla proposta: www.globalclimate fund.org

 

Per approfondire:

CRBM - Campagna per la Riforma della Banca Mondiale

 

 

 
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