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La IV Conferenza mondiale sulle donne (Pechino, 1995) individua dodici aree critiche rispetto alle quali concentrare gli interventi: dalla povertà all’istruzione, dalla salute riproduttiva e sessuale alla presenza nei luoghi decisionali, dalla violenza in famiglia a quella che si esprime nei conflitti armati.

Da qui alla definizione degli otto “obiettivi del millennio”, da raggiungere entro il 2015: sradicare la fame e la povertà, garantire a tutti e tutte l’istruzione primaria, promuovere l’uguaglianza e il potere delle donne, ridurre la mortalità infantile, sostenere la salute materna, combattere l’AIDS, la malaria e le altre pandemie,  difendere la sostenibilità ambientale dello sviluppo, sostenere le partnership per lo sviluppo.

Le parole chiave della conferenza di Pechino, “empowerment “ e “gender mainstreaming”, sono divenute ormai fondamentali nei movimenti transnazionali delle donne. Il concetto di Empowerment  è stato elaborato per primo dalle donne del sud del mondo, che lo hanno inteso  non solo nel senso della promozione delle donne nei centri decisionali della società, della politica e dell’economia, ma anche come un modo di sollecitare le donne ad accrescere la propria autostima, ad autovalorizzarsi, ad accrescere le proprie abilità e competenze. Il potere delle donne, la loro capacità di decidere e di essere autonome rappresentano un bene in sé, ma anche uno strumento per realizzare uno sviluppo più equo, una politica più democratica, una società più libera e solidale: è la premessa cioè per l’applicazione del  gender mainstreaming, una prospettiva che tende a inserire il punto di vista  delle donne in ogni programmazione o scelta politica, e che richiede un grande cambiamento nella cultura di governo, perché mette al centro dell’agenda politica i temi della qualità dello sviluppo, della valorizzazione delle risorse umane, della equità, delle grandi riforme sociali.

I diritti delle donne si giocano ormai a un livello di multilevel governance; si riconosce cioè che non sono significative unicamente le decisioni prese dall’ONU o dai  luoghi ufficiali delle istituzioni, ma che il mutamento va ricercato a tanti livelli, per l’azione di diversi soggetti, in  diversi luoghi e spazi del mondo, in molteplici forme politiche e culturali.

 

La pace: l’ impegno delle donne nella risoluzione dei conflitti

La risoluzione ONU 1325 adottata nell’ottobre 2000 è stata la prima risoluzione del Consiglio di sicurezza ad aver affrontato l'impatto dei conflitti armati sulle donne. Essa rafforza precedenti impegni giuridici e convenzioni internazionali e regionali concernenti le donne, la pace e la sicurezza, e istituisce una serie di nuovi principi. La Risoluzione esorta ad un maggiore coinvolgimento delle donne, a tutti i livelli decisionali, nella prevenzione dei conflitti, nella gestione delle crisi e nella ricostruzione post-bellica e  identifica chiaramente le donne quali attori importanti nel quadro del rafforzamento della pace e della mediazione dei conflitti.

Il decimo anniversario della risoluzione non dovrà essere un momento di pura celebrazione, ma al contrario  dovrà rafforzare l’agenda per l’implementazione della 1325, che per essere effettiva dovrà includere anche gli uomini e rivedere criticamente  il loro ruolo nella pace e nelle questioni della sicurezza.  In settembre una raccomandazione dell’UE recepisce le indicazioni della società civile, sintetizzate   in 10 punti,   a cui vengono richiamati i  governi e le politiche internazionale, a cominciare dalle zone  dove invece le donne continuano a pagare i prezzi più alti e dolorosi delle guerre in atto (www.peacewomen.org; www.consilium.europa.eu)

 

Dignità umana

Impossibile parlare di libertà, di giustizia, di riconoscimento dei diritti umani se   non sono soddisfatti i bisogni essenziali. Per milioni di persone non c’è attualmente libertà dalla fame e dalla schiavitù, dalla prostituzione o dalla tratta, dall’oppressione dei fondamentalismi politici e religiosi per milioni di abitanti della terra, in particolare per le donne.

La sezione britannica del Women's International League for Peace and Freedom (www.wilpf.org) ha lanciato l'African Women's decennio 2010-2020 a Londra il 31 luglio, che è stato il 48° Pan African Women's Day. L'evento è stato ospitato dal Centre for Gender Study presso la Facoltà di Studi Orientali e Africani dell'Università di Londra. L'evento ha promosso principalmente il Protocollo di Maputo (Carta Africana sui diritti dell'uomo e dei popoli per i diritti delle donne in Africa), che soddisfa le aspettative della maggior parte delle donne nel continente, in particolare le nuove generazioni, che aspirano alla pace, l'uguaglianza di genere, giustizia, lo Stato di diritto e la tutela dei diritti umani e dell'integrità fisica

In Italia, un gruppo  di donne esperte di cooperazione, in alleanza con alcune istituzioni locali e con altre realtà associative internazionali, ha lanciato una   campagna di sensibilizzazione nazionale "Lavori in Corsa"  per celebrare e ricordare i 30 anni della CEDAW, la Convenzione per l'eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. (www.un.org/womenwatch/daw/cedaw) Lo stesso gruppo ha completato la stesura di uno  Shadow Report molto critico sullo scarso impegno nell’applicazione della Cedaw da parte del governo italiano.

 

Economia solidale

Sembra oggi che la capacità di assicurare una vita degna a partire dalle risorse naturali, così come la difesa dei beni comuni sia sempre più un “affare di donne” . Di fonte all’ evidente crisi dell’attuale  modello di sviluppo  esse hanno messo in atto risposte nuove, con lo sviluppo delle pratiche associative  e con una proposta di gestione dei beni comuni, in grado anche di costruire soggettività  politica. L’economia femminile informale si traduce in una pratica di economia solidale e nell’invenzione di nuove forme di sostegno finanziario.

L’impegno teorico e  politico delle donne (basti pensare ad economiste come Elinor Ostrom, a scienziate come Vandana Shiva, a movimenti come quello della  leader keniota  Wangari Matai, WIDOW, Women in Development on Woman www.unifem.org) nella tutela e nel rispetto dell’ambiente e della natura, nella garanzia della biodiversità  e nel contrasto al saccheggio delle risorse  del capitalismo globale, è alla base  delle tante iniziative economiche delle donne sia in campo agricolo che manifatturiero, come dimostrano le molte esperienze realizzate sia in America latina, che in Africa (www.womenetworkforpeace.net).

Dalla convinzione della necessità che venga riconosciuto e sostenuto  il protagonismo delle donne, in particolare nel sud del mondo,  è nata  la campagna in atto affinché alle donne in Africa venga assegnato il premio nobel per la Pace (www.noppaw.org)

 

 

Per approfondimenti:

Casa Internazionale delle Donne

Rete Internazionale delle Donne per la Pace

Ass. Da Sud

 

 
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