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È straordinaria la capacità delle mafie di condizionare direttamente la vita del nostro Paese, di tutti i cittadini. Non solo, come potrebbe apparire, per gli omicidi o le intimidazioni, ma anche e soprattutto per la capacità che i clan hanno stare a proprio agio dentro la politica e di guidare i processi economici, di gestire il traffico di droga e di controllare il mercato del lavoro.

Le mafie riguardano tutti, da nord a sud. Eppure la questione resta ai margini del dibattito politico, i movimenti sociali se ne occupano solo occasionalmente, la gente comune continua a considerarla un problema lontano. Un vero e proprio cortocircuito. Da sanare. Ripartendo dalla ricostruzione delle storie e delle vicende passate e lavorando per costruire una forte e fondativa identità antimafia per il nostro Mezzogiorno e nel nostro Paese.

Per farlo, con serietà e rigore, bisogna mettere in discussione le certezze, ripensare il modo conosciuto sinora di concepire mafia e antimafia, nord e sud, potere e critica al potere. Bisogna sostituire la parola legalità con giustizia, uscire dalla logica dell’emergenza per ragionare di politiche di sistema, contrapporre la continuità agli interventi spot, rifiutare l’idea degli eroi dell’antimafia e promuovere pratiche diffuse, contrastare le amnesie di Stato e ricostruire le tessere della memoria.

La vera svolta sarà comprendere che l’antimafia non è soltanto stare in un percorso “ufficiale” di antimafia. Ma una rivendicazione di diritti, sociali e civili. E quindi contrastare i fatti di Rosarno e difendere il territorio dalle speculazioni, pretendere una buona ricostruzione all’Aquila e la difesa del territorio a Giampilieri, affermare il diritto ai servizi pubblici e denunciare i soprusi, pretendere una buona informazione e il rispetto delle regole dalla burocrazia pubblica, contrastare la precarietà sociale e rifuggire dal ricatto occupazionale. Tutto si tiene, tutto è legato da un filo che non si può spezzare.

Non capirlo, vuol dire utilizzare le categorie di chi pensa che la battaglia antimafia sia inutile, che con le cosche si deve convivere, che ci sono pezzi d’Italia da considerare persi per sempre. Significa usare gli schemi di chi ha fallito, di chi convive con la borghesia mafiosa. Di fronte abbiamo un’agenda stringente.

L’antimafia deve guardare al Ponte sullo Stretto e all’Expo di Milano, vigilare sulle speculazioni finanziarie e rafforzare il suo ragionamento sull’uso sociale dei beni confiscati, individuare nuovi percorsi economici e contrastare la corruzione, deve saper parlare con la gente comune e imporre alla politica le proprie priorità, deve utilizzare linguaggi e pratiche utili a farsi capire dalla gente comune.

A una classe dirigente complessivamente delegittimata bisogna contrapporre un nuovo impegno collettivo. Con la partecipazione, allargando il fronte delle alleanze e della battaglia politica e sociale. Con la rivendicazione di diritti, di un’identità. Dall’Aspromonte a Cancun. Nessuno può tirarsi fuori: la battaglia contro la mafia si vince se ciascuno fa la sua parte. Senza più eroi, che poi si trasformano in alibi.

 

Per approfondimenti:

Ass. Da Sud


 
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