Il susseguirsi delle estati che fino al 2009 ci hanno raccontato di speranza e morte nel mediterraneo, sembra a molti solo un terribile ricordo, ma non è così. Tv e giornali ci raccontano della fine degli sbarchi, nascondendo a tutti l’amara verità della strategia italo libica, attraverso la costruzione di un cliché, che spicca per la monotonia e sembra il sintomo di un cambiamento culturale che si vuole provocare: la nascita di una nuova razza, il clandestino.
È dal 90 che in Italia, come poi anche in Europa, la politica e i governi che si succedono tentano di “governare” in difesa questo processo naturale della migrazione, che permetterebbe a uomini e donne la scelta di costruire una vita migliore. Libertà di movimento, questo in sintesi lo spazio entro il quale dovrebbero avere cittadinanza il desiderio e necessità di migrare, uno spazio in realtà annullato dalla politica in nome della difesa della “razza”.
E l’Europa così costruisce una fortezza, elabora un programma di difesa come si fa nel Risiko e trasforma le coste in vere proprie mura difensive protette da navi vedette militari. “Non si entra!” è l’ordine perentorio che riecheggia a sud dell’Europa, e a tutti i costi si obbedisce, anche a costo della vita di tutti coloro che fino ad oggi l’hanno persa. E così la speranza diventa un rischio, un rischio mortale che ha colpito più di tremila persone nell’ultimo decennio.
L’unico modo per entrare in Europa è questo, le leggi non consentono l’immigrazione, la disciplinano per evitare “l’invasione”, servendosi ad arte di campagne stampa che generano panico collettivo, odio sociale a difesa della civiltà occidentale.
La sicurezza diventa il primo punto dell’ agenda politica di qualsiasi governo, si approvano leggi che in nome della sicurezza, violando sistematicamente diritti internazionali come l’accesso alla protezione internazionale, alla non discriminazione etnica e mettendo in scacco, in Italia 4 milioni di persone. In particolare con l’ultima legge made in Italy, che modifica il testo unico sull’immigrazione, cosi conosciuta come Bossi-Fini o come il pacchetto sicurezza, assistiamo alla barbarie giuridica che introduce razzismo di stato e determina processi di esclusione sociale e politica di migliaia di persone con diverso passaporto.
Ma percorsi di resistenza e di rifiuto determinano ogni giorno piccoli cambiamenti e inversioni di tendenza politica e culturale. La rivendicazione, la ribellione e ancora la costruzione di spazi di cittadinanza, l’analisi delle responsabilità europee nelle migrazioni forzate, una nuova cultura della tutela del territorio e dei suoi cittadini in ogni parte del mondo, giocano un ruolo di fondamentale importanza nel determinare vie d’uscita e nel riconquistare libertà perdute. La storia dell’antirazzismo e delle lotte migranti tracciano un percorso chiaro, una via obbligata.
La necessità di venire fuori dal tunnel, di abbattere i muri della fortezza e reinventare un lessico antirazzista e di tutela si lega ad una nuova esigenza di concepire il territorio in funzione di cittadinanza e sovranità delle comunità che lo abitano. Legare assieme territorio e diritti di cittadinanza, in un contesto in cui fuga e migrazioni coatte, sfruttamento e discriminazione, sono conseguenza del modo di governare le risorse della terra come una proprietà privata e un’ opportunità economica, è il tentativo della rete italiana per la giustizia ambientale e sociale di costruire nuovi spazi di resistenza culturale e sociale per determinare una reale inversione di tendenza.
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