Quella di ieri è stata la giornata più brutta per L'Aquila dopo il sei aprile del 2009. Il Sovrano e i suoi ministri dopo una giornata di suppliche hanno gettato dalla finestra di Palazzo Chigi le molliche avanzate dalla loro tavola imbandita.
I cortigiani e i rivoluzionari a gettone le hanno raccolte e riportate all'Aquila mentre nei palazzi romani risuonava la frase che pronuncia Alberto Sordi nel film il Marchese del Grillo: "Sappiate che io so io e voi non siete un.....".
Sì perché gli ultimi due giorni hanno finalmente chiarito che per i palazzi romani i terremotati non esistono, L'Aquila è ormai un problemino tanto da non meritare nemmeno una delle mille proroghe dove c'è di tutto per tutti, soprattutto per i clienti del Capo. Il ministro ragioniere non si è fatto mai venire il dubbio che dietro ai numeri ci sono le persone. Persone che oggi dovrebbero festeggiare Natale e invece sono al freddo negli alloggi dei piani Case, devono sperare che arrivi l'assegno dell'autonoma sistemazione per poter attrezzare il pranzo della Vigilia, devono augurarsi che qualcuno si ricordi di quelli ancora chiusi in una stanza d'albergo, sono sempre in attesa che la loro casa (quella vera non quella delle bambole) venga ricostruita ma non si sa quando e dove, devono piangere i loro cari che non ci sono più ma devono farlo di nascosto perché «ora basta, chi ha dato ha dato, chi è morto è morto e non se ne parli più».
I cortigiani, abituati a ripetere a pappagallo le veline romane scritte o sussurrate, si sono affrettati a dare atto al Sovrano della sua benevolenza. Non ci sono solo le molliche dei sei mesi di proroga alla restituzione delle tasse ma anche qualche osso già spolpato da altri, leggasi la zona franca. Ieri sera come d'incanto è rispuntata in una agenzia di stampa la favola che la zona franca è all'attenzione dell'Unione europea. Come, erano sei mesi che era all'attenzione dell'Ue? Ma qualche utile suggeritore l'ha buttata sul piatto da servire freddo agli elemosinieri aquilani insieme a promesse di mirabolanti iniziative per le Case E (quelle totalmente distrutte) che presto dovrebbero vedere la luce in una ordinanza, l'ennesima ordinanza, l'ennesimo favore che il Sovrano fa ai suoi sudditi e al quale bisogna subito dire grazie se no si offende e magari poi si vendica.
E' questo il 25 dicembre degli aquilani. Se lo scorso anno era stato un Natale triste questo è un Natale di rabbia. Su suggerimento del mio direttore sono andato a riguardare i giornali di fine 2009: tappeti rossi ai terremotati, promesse di case, soldi, tasse da sospendere, protezione civile un po' mamma e un po' chioccia, panettoni e spumante per tutti, il premier che promette di passare la notte del mistero cristiano con gli sfollati.
Oggi chi ha perso gli affetti e la casa è più solo che mai. C'è gente che non ha più il lavoro e che non ha il coraggio di guardare i suoi figli negli occhi, chi il lavoro lo cerca si macera nell'incertezza. E poi sì, certo, c'è chi si compiace con se stesso perché dal terremoto magari ci ha guadagnato. Forse è riuscito a fare lavori nella sua casa che non avrebbe mai fatto in condizioni normali, qualcuno ha lucrato sull'autonoma sistemazione, i palazzinari guardano al 2011 come all'anno della cedolare secca al 20 per cento sugli affitti che farà loro guadagnare bei soldoni. Ma si tratta di sparute minoranze. Ieri mi sono incuriosito e ho cercato di sapere quanti euro gli aquilani devono restituire per le tasse non pagate da aprile 2009 a giugno 2010 (sì perché dal primo luglio 2010 dipendenti e pensionati le tasse le hanno riprese a pagare). E' una cifra di poco superiore al miliardo che va restituita in 120 rate. E' più o meno la stessa somma spesa per la gestione dell'emergenza. Come dire che gli aquilani pagheranno di tasca propria le mirabolanti scenografie post sisma.
Ieri sera la rabbia di centinaia di persone è esplosa con l'occupazione del palazzo del consiglio regionale. Una rabbia che a molti ha ricordato la battaglia per il capoluogo dei primi anni Settanta del secolo scorso. Allora si difendeva la dignità dell'Aquila, oggi si difende la dignità di ogni singolo aquilano. Ai politici non bisogna chiedere tanto o solo le dimissioni (che non daranno mai) ma che si rendano conto che la storia di questa città verrà scritta anche dalle loro azioni di uomini prima che di presidenti, sindaci e quant'altro. Non si facciano ricordare come cortigiani e servi sciocchi. Alzino la testa e drizzino la schiena.
Giustino Parisse


